28 miliardi in bilico|Italia e il conto della guerra

· FTSE MIB

Il muro del 2,8%

28 miliardi di euro. È la cifra che l'Italia potrebbe recuperare dal nulla se Bruxelles decidesse di sospendere il Patto di Stabilità. Non in futuro remoto: nell'arco delle prossime settimane, mentre il cessate il fuoco tra USA e Iran traballa e il petrolio rischia di tornare sopra i 100 dollari al barile.

Oggi a Piazza Affari il sentiment era diviso. Le borse europee hanno accelerato nel pomeriggio sull'ipotesi di un rinvio dell'ultimatum all'Iran, con il petrolio che scendeva temporaneamente sotto i 110 dollari. Ma il segnale più importante non veniva dalle contrattazioni: veniva da Eurostat. A marzo 2026 l'inflazione nell'area euro si è attestata al 2,6%, sopra il 2,5% preliminare e in netto rialzo rispetto all'1,9% di febbraio. Lagarde ha dichiarato di non escludere alcuna opzione sui tassi. La BCE avanza cinque proposte per un mercato bancario più integrato. E nel frattempo, l'Italia è ferma al 2,8% di deficit sul PIL — a soli 0,2 punti dalla soglia simbolica del 3%.

Il governo Meloni ha già chiesto la sospensione del Patto di Stabilità come "misura generalizzata per il bene dell'UE". Non è una mossa retorica. È una richiesta calibrata su dati precisi: secondo l'analisi del Centro studi di Unimpresa, ogni decimale di deficit aggiuntivo rispetto al sentiero attuale vale 2,3 miliardi di euro. E la distanza tra il 2,8% attuale e il 4% — scenario estremo ma non impossibile in piena crisi energetica — vale quasi 28 miliardi.

Tre soglie, tre scenari diversi

Unimpresa ha costruito tre scenari. Non sono previsioni: sono la mappa dei possibili sbocchi politici delle prossime settimane.

Nel primo, il più prudente, Bruxelles autorizza un rientro temporaneo al 3% di deficit. Significa 4,6 miliardi aggiuntivi. Abbastanza per prorogare i crediti d'imposta alle imprese energivore e rafforzare i bonus sociali. Poco più di una toppa.

Nel secondo, più realistico se la crisi si aggrava a livello europeo, il deficit sale al 3,4% — il livello del 2024. Lo spazio sale a 13,9 miliardi. Qui si apre la possibilità di una vera manovra anti-shock: sterilizzazione parziale dei rincari energetici, liquidità garantita alle PMI, politica fiscale che non aggrava la frenata.

Nel terzo, quello che richiederebbe uno shock macroeconomico severo e diffuso, il deficit viene lasciato salire al 4%. I margini raggiungono quasi 28 miliardi. Una legge di bilancio intera, generata non da entrate aggiuntive ma da una deroga europea.

Il precedente esiste. Durante la pandemia l'Italia aveva attivato la clausola di salvaguardia e portato il deficit al 9,6% nel 2020. Ma quel periodo aveva caratteristiche eccezionali: lockdown totali, recessione senza precedenti, Superbonus che continuava a pesare fino al 2023. Il confronto non è meccanico. La fascia credibile oggi, secondo gli analisti, è tra i 10 e i 15 miliardi. Quello che cambia tutto è la risposta tedesca.

La Germania è entrata in questa fase con il bilancio in ordine. Il suo deficit nel 2025 era al 2,6%. Ha già staccato in via autonoma 100 miliardi per la difesa senza aver bisogno di nessuna deroga collettiva. Non ha interesse a condividere un'eccezione europea che livella le posizioni di bilancio degli altri e riduce il vantaggio competitivo conquistato in anni di rigore. Berlino è il nodo. La Francia, con un deficit al 6,1% nel 2025 e in procedura di infrazione, spinge invece nella stessa direzione di Roma. Se le due maggiori economie in deficit convergono sulla richiesta di sospensione, Bruxelles ha meno spazio per resistere.

Il parametro da seguire nelle prossime settimane

Il punto critico non è la cifra assoluta: è la velocità con cui si deteriora il contesto. Il Patto di Stabilità viene sospeso solo quando si materializza uno shock economico grave e diffuso sull'intera area UE — non quando un singolo paese è in difficoltà. La pandemia è servita da modello perché colpiva tutti e simultaneamente. Una crisi energetica legata alla chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbe avere la stessa proprietà diffusiva: inflazione importata, rallentamento sincronizzato, pressione sui bilanci energetici di tutta l'eurozona.

Lo spread BTP-Bund oggi è a 76 punti base, praticamente stabile. I mercati non stanno ancora scontando un deterioramento fiscale italiano. Questo significa che la finestra per una richiesta coordinata è ancora aperta — ma non resterà tale a lungo. Se il petrolio tornasse stabilmente sopra i 110 dollari e l'inflazione europea accelerasse oltre il 3% nel secondo trimestre, la pressione politica su Bruxelles diventerebbe molto più intensa.

Il parametro da tenere d'occhio è uno solo: il prezzo del petrolio Brent nelle prossime due settimane. Se rimane sotto 105 dollari dopo il vertice di Islamabad tra USA e Iran — previsto per questo fine settimana — lo scenario di deroga fiscale si allontana, e con esso la possibilità di uno spazio aggiuntivo per l'Italia. Se invece il cessate il fuoco non regge e il greggio torna a salire, il terzo scenario di Unimpresa smette di essere teorico.

La lettura prevalente oggi è che la waffenruhe regga abbastanza da contenere il petrolio. Ma lo stesso mercato che oggi sconta questa ipotesi potrebbe riprezzarla in fretta. Lo spread BTP-Bund a 76 è il numero che direbbe per primo se i mercati stanno riconsiderando la solidità fiscale italiana. Se sale oltre 90, il conto dei 28 miliardi non è più un'analisi: diventa un problema di finanziamento del debito.

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