BCE a 14 giorni|tassi in bilico tra crescita e prezzi
L'inflazione che non si ferma
L'inflazione dell'Eurozona di marzo è stata rivista al rialzo. Non di poco: il dato headline è salito al 2,6% su base annua, un decimo in più rispetto alla stima preliminare già pubblicata. Il mese precedente era all'1,9%. In un solo mese, quasi un punto di scarto verso l'alto. E non si tratta di un numero tecnico lontano dalla vita quotidiana: il costo dell'energia ha guidato il balzo, con i prezzi dei carburanti che hanno spinto sia la lettura mensile che quella annua verso l'alto. Per l'Italia, la conferma è arrivata dall'Istat: a marzo l'inflazione nazionale ha toccato l'1,7% su base annua, con gli energetici regolamentati che hanno invertito la rotta, passando da -11,6% a -1,6%. Il segnale è lo stesso su entrambe le sponde: lo shock petrolifero innescato dal conflitto in Medio Oriente ha cominciato a trasmettersi ai prezzi al consumo, e la trasmissione è appena iniziata.
Tutto questo arriva a quattordici giorni dalla prossima riunione della BCE, fissata per il 30 aprile. Negli ultimi sei incontri consecutivi, Francoforte ha mantenuto il tasso di deposito invariato al 2%. Ma le minute della riunione del 19 marzo, pubblicate giovedì 16 aprile, hanno cambiato il tono del dibattito. Non è stato un comunicato neutro: il Consiglio direttivo ha esplicitamente riconosciuto che "preservare la stabilità dei prezzi potrebbe richiedere una politica monetaria più restrittiva, anche se venisse rafforzato in questo modo l'impatto avverso sulla crescita". In altre parole, la BCE ha messo per iscritto che è disposta a sacrificare PIL pur di tenere l'inflazione sotto controllo. Per sei mesi, questo scenario sembrava lontano. Ora si trova nel verbale ufficiale.
Il 30 aprile e i due scenari che si escludono
Christine Lagarde, ai microfoni di Bloomberg TV a margine dei lavori primaverili dell'FMI a Washington, ha scelto parole precise: la BCE deve essere "totalmente agile" sui tassi, e non ha "alcun bias" in favore di una direzione. È una formulazione che in gergo bancario centrale significa: non escludiamo nulla, né un rialzo né un taglio. Il mercato, fino a poche settimane fa, prezzava prevalentemente tagli nel 2026. Ora gli investitori anticipano due rialzi entro fine anno, con il primo possibile già a giugno.
Il punto critico non è il dato di marzo in sé. È la direzione. Le minute avvertono esplicitamente che il rischio centrale è la spirale salari-prezzi: se le aziende trasferiscono il costo energetico sui prezzi di vendita, e se i lavoratori chiedono salari più alti per compensare il potere d'acquisto perso, l'inflazione smette di essere un fenomeno energetico e diventa strutturale. L'inflazione core dell'Eurozona a marzo è stata confermata al 2,3%, in lieve calo rispetto al 2,4% di febbraio. Questo è il numero da monitorare: fin quando rimane ancorata, la BCE ha spazio per aspettare. Se dovesse risalire verso il 2,5% o oltre, il dibattito sul 30 aprile cambierebbe rapidamente.
Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo della BCE, ha detto mercoledì che "non è necessario precipitarsi" su una decisione. François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia, ha aggiunto che "concentrarsi su aprile sarebbe prematuro". Il tono è quello di chi vuole guadagnare tempo, non di chi esclude il rialzo. E il tempo che rimane è quattordici giorni.
Dove guarda il mercato adesso
I BTP italiani hanno chiuso la giornata del 16 aprile con il rendimento decennale al 3,81%, lo spread contro i Bund tedeschi a 78 punti base. Non è una situazione di allarme, ma il contesto è delicato: nei giorni immediatamente successivi all'inizio della guerra in Medio Oriente, lo spread era balzato oltre i 100 punti, per poi rientrare progressivamente. La stabilizzazione attuale riflette una narrativa di de-escalation — dichiarazioni di Trump che parlano di conflitto "vicino alla risoluzione", trattative in corso ad Islamabad — ma i flussi energetici restano interrotti e lo Stretto di Hormuz rimane chiuso al traffico normale. La narrativa di mercato e la realtà operativa sono divise da un margine che può chiudersi rapidamente.
UniCredit ha lanciato un'obbligazione retail a dieci anni con cedola del 6,5% nei primi tre anni, ma condizionata al rendimento del BTP decennale nei successivi sette. Se il BTP supera il 4,3% in qualsiasi data di osservazione, quella cedola non viene pagata. È un prodotto che incarna esattamente il dilemma attuale: chi lo acquista sta implicitamente scommettendo che i tassi rimarranno sotto controllo. La condizione è lo stesso numero che la BCE dovrà valutare il 30 aprile.
L'indicatore da seguire nelle prossime settimane è l'inflazione core dell'Eurozona. Se rimane al 2,3% o scende, la BCE può aspettare ancora, e il mercato obbligazionario ha spazio per respirare. Se risale verso il 2,5%, le aspettative di rialzo per giugno si consolideranno, il costo del debito italiano riprenderà a salire, e la soglia del 4,3% sui BTP decennali — quella che fa saltare la cedola UniCredit — smette di essere un riferimento tecnico e diventa una previsione plausibile. La prossima lettura dell'inflazione core dell'Eurozona è attesa il 30 aprile, lo stesso giorno della decisione BCE. Due numeri, stesso giorno, stessa posta in gioco.