Campari a -21% dai massimi|Remy 10% fine del crollo spirits?
Il segnale che nessun investitore Campari può ignorare
Il 4 giugno 2026 Remy Cointreau vola a Parigi con un rialzo del 9,76%. Il motivo è preciso: un piano triennale presentato al Capital Markets Day. Obiettivo dichiarato: cento milioni di euro in più di utile operativo entro il 2028. Raddoppio delle vendite nel travel retail. Ripresa prevista del mercato asiatico. Gli analisti di Bernstein e Deutsche Bank sono rimasti sorpresi in positivo. Si aspettavano guidance cauta. Hanno ricevuto una strategia offensiva. A Milano, Campari sale del 2% nella stessa seduta. Quattro virgola sessantatré milioni di pezzi scambiati. Volume alto per il titolo. Ma il rialzo di Campari è solo un quinto di quello di Remy. Questo divario è il cuore del problema che ogni investitore deve affrontare. Campari segue il settore o ha un problema strutturale tutto suo? Per rispondere bisogna capire da dove viene questo titolo. E la storia degli ultimi tre anni è tutt'altro che rassicurante. Il settore spirits europeo ha attraversato uno dei peggiori cicli dell'ultimo decennio. Normalizzazione dei consumi post-pandemia. Scorte accumulate dai distributori USA. Dazi americani entrati in vigore ad agosto 2025 al 25% sulle bevande europee importate. Calo del turismo cinese che ha penalizzato il travel retail globale. Remy Cointreau dice che quella fase sta finendo. Il mercato l'ha creduta. Almeno per un giorno. Almeno per Remy. La domanda aperta è: Campari può seguire lo stesso percorso di recupero? O il divario tra i due rialzi — 9,76% contro 2% — racconta qualcosa di più profondo? Quella differenza di sette punti percentuali in una sola seduta è già una risposta parziale. Il mercato ha premiato chi ha mostrato un piano. Ha aspettato chi non lo ha ancora mostrato.
Da undici euro a cinque e mezzo: tre anni di distruzione di valore
Nel 2022 Campari toccava un massimo di undici euro e ottanta centesimi. Era il momento d'oro del settore spirits post-pandemia. I consumi erano esplosi. I margini erano ai massimi storici. Il mercato prezzava crescita infinita a valutazioni da azienda tecnologica. Il rapporto prezzo-utili di Campari era a trentacinque volte gli utili. Oggi quel multiplo è sceso a diciotto volte. In linea con i competitor europei. Il titolo quota a cinque euro e cinquanta. Meno della metà del picco del 2022. Il minimo toccato nel corso del 2026 è stato cinque euro e venti centesimi. Quasi un livello da crisi aziendale per un gruppo che fattura 2,7 miliardi. Ma i fondamentali di Campari non giustificano completamente questo crollo. Il fatturato 2025 è sceso del 3,2% rispetto all'anno precedente. Non un crollo. Un rallentamento moderato. Eppure il mercato ha punito il titolo come fosse un collasso. Questo tipo di disallineamento tra prezzo e fondamentali crea occasioni o trappole. Il P/E a diciotto volte è storicamente basso per Campari. Nel 2019, prima della pandemia, il titolo quotava a un multiplo simile. Chi comprò allora e tenne fino al 2022 fece più del doppio del proprio capitale. Ma quella era una fase di espansione globale dei consumi di bevande premium. Oggi il contesto macro è diverso: inflazione, tassi elevati, dazi. L'assunzione nascosta di chi compra Campari oggi è che il ciclo 2019-2022 si ripeta. L'assunzione di chi resta fuori è che i dazi USA rendano quel ciclo irripetibile nel breve. Queste due posizioni si scontrano ogni giorno nel book degli ordini sul titolo. Il segnale di Remy Cointreau non risolve questo scontro. Lo intensifica.
I dazi USA al 25%: l'ostacolo che Remy ha già calcolato e Campari no
Ad agosto 2025 gli Stati Uniti hanno imposto dazi del 25% sulle bevande alcoliche europee. Cognac, whisky, gin, liquori: tutti colpiti. Campari inclusa con Wild Turkey, Grand Marnier e Aperol. Il management di Campari aveva già avvertito il mercato in autunno 2025. Impatto stimato: ottanta-cento milioni di euro di ricavi persi su base annua. Con un fatturato totale di 2,7 miliardi, è un colpo del tre-quattro per cento ai ricavi. Il mercato USA rappresenta circa il trenta per cento del fatturato totale del gruppo. Campari ha risposto con due mosse: efficienza produttiva e diversificazione geografica. Ma queste misure richiedono tempo prima di produrre effetti visibili sui conti. Remy Cointreau ha invece specificato come prevede di superare l'ostacolo dei dazi. La risposta è nel travel retail: vendite negli aeroporti e nei duty-free globali. Un canale che non è soggetto ai dazi nazionali. Un canale con margini strutturalmente più alti. Remy vuole raddoppiare le vendite in quel canale entro l'esercizio 2028/2029. Ha anche annunciato il lancio di una versione più accessibile di Remy Martin negli USA. L'obiettivo: intercettare i consumatori americani a un prezzo che assorbe il dazio senza perdere volume. Campari non ha ancora presentato un piano equivalente con numeri altrettanto precisi e datati. Questo è uno dei motivi per cui il mercato ha premiato Remy al 9,76% e Campari solo al 2%. Il mercato non premia il settore. Premia chi ha un piano credibile con scadenze concrete. Le trattative USA-Unione Europea sui dazi sono in corso ma senza scadenza fissata. Ogni trimestre senza accordo è un trimestre con il 25% di zavorra sui ricavi americani. Se i dazi cadono, il titolo Campari ha un upside immediato e sostanziale. Se i dazi restano, Campari deve guadagnarsi la ripresa con efficienza operativa propria. Il punto di monitoraggio per l'investitore è questo: un Capital Markets Day di Campari con numeri. Finché non arriva quel piano, il divario di sette punti percentuali con Remy è una distanza razionale.
Chi comanda ora in Campari: il passaggio generazionale che ridisegna i rischi
Alessandro Garavoglia ha venticinque anni. È appena salito al vertice di Lagfin. Lagfin è la holding lussemburghese che controlla Campari e le attività immobiliari di famiglia. Jacopo Forloni, trentasei anni, è l'altro nome chiave della nuova generazione al comando. Luca e Alessandra Garavoglia, gli azionisti di maggioranza storici, si stanno facendo da parte. Non è un dettaglio gestionale. È un evento strategico che ridisegna i rischi del titolo. La holding Lagfin ha appena chiuso un contenzioso col fisco pagando quattrocentocinque milioni. Una cifra enorme. Ma il gruppo ha potuto pagarla. Segno di solidità patrimoniale della famiglia. Il vecchio management aveva costruito Campari attraverso acquisizioni aggressive e mirate. Aperol nel 2003. Wild Turkey nel 2009. Grand Marnier nel 2016. Ogni acquisizione aveva aumentato il debito ma anche la dimensione del portafoglio brand premium. La nuova generazione eredita questo portafoglio e deve decidere cosa farne in un contesto diverso. Tre scenari sono ora concretamente possibili con probabilità diverse. Primo scenario: la nuova governance continua la strategia di crescita per acquisizioni selettive. Secondo scenario: la nuova governance sceglie una rotta difensiva e riduce il debito della holding. Terzo scenario: con il titolo ai minimi, un grande operatore globale come Diageo o Pernod Ricard lancia un'offerta. A cinque euro e cinquanta per azione, Campari capitalizza circa otto miliardi di euro. Per Diageo o Pernod Ricard, con i loro bilanci, è un'acquisizione economicamente gestibile. Un portafoglio come quello di Campari, con Aperol dominante in Europa, vale ben più dell'attuale prezzo di borsa. Il passaggio generazionale rende la governance meno prevedibile nel breve periodo. Ma rende anche il titolo più interessante come potenziale target di un'operazione straordinaria. Chi compra Campari oggi non compra solo uno spirits stock in ripresa ciclica. Compra anche un'opzione reale su un possibile evento di fusione o acquisizione. Quel tipo di asimmetria è raro nel mercato italiano. E raramente resta non prezzata a lungo. Il segnale da monitorare nei prossimi sessanta giorni è questo: Campari presenta un Capital Markets Day? Se sì, con numeri concreti sui dazi e sul travel retail, il divario con Remy inizia a chiudersi. Se no, il divario del 4 giugno potrebbe ampliarsi ulteriormente.
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