Crisi Hormuz e Inflazione|Piazza Affari resiste?
Petrolio e BCE
Piazza Affari ha chiuso il 15 maggio in calo del 1,9%, riconsegnando i 50.000 punti conquistati appena il giorno prima. Il dato numerico racconta poco. Il dato che conta è questo: l'inflazione energetica in Europa ha toccato il 10,9% ad aprile, quasi il doppio rispetto al 5,1% di marzo. Non è un rimbalzo tecnico. È lo Stretto di Hormuz che riprende a dettare le condizioni all'Eurozona.
Il petrolio Brent quota 108 dollari al barile, il gas naturale europeo ha guadagnato il 5% in una sola seduta, tornando a 50 euro per megawattora, il livello più alto da cinque settimane. La BCE nel suo bollettino economico di maggio ha avvertito che questa fiammata manterrà l'inflazione "ben al di sopra del 2% nel breve termine". La banca centrale si dice in "posizione favorevole per affrontare l'incertezza", ma è un giudizio condizionato: dipende da quanti mesi la guerra durerà.
Il mercato obbligazionario lo sa. Il rendimento del BTP decennale ha superato il 3,94%, con lo spread BTP-Bund che si è riavvicinato a 80 punti base. I Gilt britannici sono andati ancora peggio, e l'onda si è propagata sulle emissioni di tutta Europa. I capitali si sono spostati fuori dai titoli di Stato periferici, con la quota del debito italiano detenuta da non residenti che è già salita al 35,4% a febbraio, lasciando l'Italia più esposta alla volatilità estera. Quello che la BCE non ha ancora quantificato è il secondo impatto: se i salari iniziano a reagire all'energia, il margine per non intervenire sui tassi si restringe rapidamente. E Piazza Affari lo sconta già oggi, ma Technoprobe ha fatto l'esatto opposto.
Technoprobe AI
Mentre l'indice principale cedeva quasi il 2%, Technoprobe segnava un rialzo del 35%, sospendendo le contrattazioni per eccesso di rialzo. La divergenza non è casuale: è la prima dimostrazione che il mercato italiano sta iniziando a prezzare l'AI come asset class separata dal ciclo macro. I ricavi del primo trimestre di Technoprobe sono cresciuti del 19% a 187 milioni di euro, ma è la nuova guidance che ha mosso i capitali. La società ha rivisto al rialzo il target di ricavi 2026 a 950-1.050 milioni, contro gli 850-900 milioni precedenti, con un margine EBITDA previsto tra il 44% e il 46%.
Equita ha alzato il prezzo obiettivo da 21 a 28 euro, confermando il buy. Banca Akros è passata da hold ad accumulate. Il denaro istituzionale si è mosso in modo coordinato: i flussi in acquisto hanno assorbito l'intera offerta disponibile nel book nelle prime ore di contrattazione, spingendo la capitalizzazione a 17 miliardi e portando Technoprobe al 15° posto tra i titoli di Piazza Affari. L'inserimento nel FTSE MIB al prossimo aggiornamento trimestrale è ora probabile, il che innescherebbe acquisti passivi forzati da parte degli ETF indicizzati.
La domanda che rimane aperta è strutturale: Technoprobe produce probe card per semiconduttori AI, un componente di filiera. Il suo rialzo non è guidato da un cambiamento nella domanda finale, ma dall'accelerazione dei volumi di produzione da parte dei grandi clienti chipmaker. Se il ciclo AI rallenta, l'ordine book di Technoprobe lo sente prima del mercato finale. La guidance straordinaria è costruita su un'assunzione di domanda AI sostenuta per tutto il 2026. Se quella domanda flette, i 950 milioni diventano un soffitto, non un pavimento.
Ferragamo e Lusso
La stessa giornata in cui Technoprobe ridefiniva il suo posizionamento, Ferragamo perdeva il 18% a Piazza Affari. I ricavi del primo trimestre 2026 sono stati pari a 209 milioni di euro, in calo del 5,5% a cambi correnti, in linea con le stime. Eppure il mercato ha venduto con violenza. Il motivo è nel canale wholesale, crollato del 21,8% a cambi correnti, peggio delle attese, e nella conference call in cui il management ha espresso dubbi espliciti sulla Cina. Il DTC è cresciuto del 5,5% a cambi costanti, trainato da Nord America e America Latina, ma la pelletteria — categoria storica del brand — è in calo del 5,8%. Non è un errore di esecuzione: è una crisi strutturale di posizionamento nel segmento del lusso intermedio.
Il capitolo LVMH si inserisce come segnale di sistema. La vendita di Marc Jacobs a WHP Global per circa un miliardo di dollari non è un'operazione isolata: è la seconda grande dismissione di un brand intermedio dopo Donna Karan nel 2016. Louis Vuitton, Dior, Tiffany e Bulgari generano il 90% dell'utile operativo del gruppo. I capitali istituzionali in LVMH si sono spostati verso questa tesi: il lusso paga solo ai due estremi della curva, ultra-premium o accessibile su licenza. Il centro, dove Ferragamo opera, si è assottigliato.
Equita taglia il prezzo obiettivo a 7,3 euro, Barclays mantiene underweight con target a 5,5 euro, e sottolinea che i consumatori cinesi — storicamente il 30-35% della domanda del lusso intermedio — non sono tornati. Il secondo trimestre è atteso "sostanzialmente in linea" con il primo, il che significa che un'accelerazione non è in vista prima della fine dell'anno. La verifica da tenere monitorata è il DTC in Cina nel secondo trimestre: se torna positivo dopo il -5% dell'APAC di questo trimestre, la tesi di rilancio di Ferragamo guadagna credibilità. Se rimane negativo, il target di Barclays a 5,5 euro inizia a sembrare conservativo.
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