ENI Buyback 90%|Hormuz ancora chiuso
ENI e il paradosso
ENI ha annunciato un buyback raddoppiato quasi al 90%, portandolo a 2,8 miliardi di euro. Nello stesso giorno, il titolo faticava a staccarsi da un mercato in rosso. Il paradosso è preciso: i conti del primo trimestre 2026 sono stati al di sopra delle attese, con un utile netto di 1,3 miliardi. Ma Piazza Affari apriva in calo dello 0,70%. Come può un'azienda annunciare il piano di riacquisto più ambizioso della sua storia recente e non guidare il mercato al rialzo?
La risposta è nello stretto di Hormuz. ENI produce il 2-3% del suo petrolio in Medio Oriente. Una quota marginale. Ma il prezzo del Brent ha superato i 100 dollari al barile, gonfiando i flussi di cassa. Il management ha alzato la guidance sul flusso di cassa operativo a 13,8 miliardi, un aumento del 20% rispetto alle previsioni iniziali. Più petrolio caro, più cassa, più buyback: la logica è lineare. La produzione E&P è cresciuta del 9% anno su anno a 1,8 milioni di barili equivalenti al giorno, con scoperte in Angola, Costa d'Avorio, Libia, Egitto e Indonesia.
Il nodo, però, è che questa redditività dipende da un equilibrio instabile. Il CEO Claudio Descalzi ha parlato di "instabilità controllata": abbastanza tensione da mantenere i prezzi alti, non abbastanza caos da affossare l'offerta. È una condizione che avvantaggia ENI nel breve. Ma è anche una condizione che può invertirsi rapidamente. Se i colloqui USA-Iran producessero un accordo stabile, il Brent tornerebbe sotto i 90 dollari e il buyback da 2,8 miliardi diventerebbe insostenibile al ritmo attuale. ENI ha anche un rischio europeo poco visibile: la raffineria PCK di Schwedt in Germania, di cui è co-proprietaria, dipende dalle forniture di greggio kazako attraverso l'oleodotto Druzhba controllato dalla Russia. Una sospensione a partire dal primo maggio taglierebbe il 17% delle forniture della raffineria. Questo rischio non ha nulla a che fare con il Medio Oriente, ed è rimasto completamente oscurato dall'euforia post-trimestrale.
Il risiko di Piazza Affari
Mentre ENI navigava tra risultati solidi e rischi nascosti, il sistema bancario italiano ha vissuto una giornata di mosse che potrebbero ridisegnare il panorama finanziario del Paese. UniCredit ha comunicato di detenere ora l'8,72% del capitale di Generali, partecipazione più che quadruplicata rispetto al livello precedente, inferiore al 2%. Lo stesso giorno, il Financial Times rivelava le intenzioni di Luigi Lovaglio, confermato CEO di MPS: cedere la quota del 13% che Mediobanca detiene in Generali, incassare circa 7,4 miliardi di euro, e usarli per acquistare Banco BPM. L'obiettivo è costruire un terzo polo bancario italiano che comprenda anche Mediobanca stessa.
Il meccanismo è quello di una partita a scacchi con più giocatori che si muovono simultaneamente. UniCredit acquista una quota rilevante in Generali definendola "investimento finanziario" con "copertura che riduce l'esposizione economica". Ma nessuno nel mercato crede che Orcel si fermi lì. Nelle stesse ore, UniCredit ha alzato la sua partecipazione in Commerzbank dal 29,34% al 32,64%, spingendo i confini dell'OPAS sulla banca tedesca. Due fronti aperti contemporaneamente: Generali a Trieste, Commerzbank a Francoforte.
Per MPS, la logica è diversa ma complementare. Lovaglio ha bisogno di liquidità per finanziare l'acquisizione di Banco BPM. La cessione della quota Mediobanca in Generali è il meccanismo. Ma il governo Meloni considera Generali un asset strategico nazionale, custode dei risparmi degli italiani e acquirente strutturale di BTP. Ogni transazione su quel 13% richiede che il compratore finale sia "italiano e di lungo periodo". La lista dei potenziali acquirenti si restringe a Intesa SanPaolo o UniCredit stessa, creando un cortocircuito: UniCredit potrebbe comprare da MPS la quota che serve a MPS per finanziare un'acquisizione che renderebbe UniCredit concorrente diretta su BPM. Banco BPM intanto segna un lieve rialzo, come se il mercato stesse già scommettendo sull'esito. Le azioni di UniCredit e MPS restano invece sotto pressione, riflettendo l'incertezza di un risiko ancora aperto.
Lo spread e Hormuz
Il filo che unisce ENI, le banche italiane e il debito pubblico passa per lo stretto di Hormuz. Quando le mine iraniane hanno bloccato circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto globale, i prezzi dell'energia sono saliti. Questo ha innescato pressioni inflative che si sono trasmesse ai rendimenti obbligazionari. Lo spread BTP-Bund ha toccato 81 punti base nel giorno dell'asta dei titoli di Stato. Il Tesoro italiano ha collocato 2,5 miliardi di BTP a due anni con rendimenti in calo, segnale che la domanda regge. Ma il contesto è fragile.
L'OCSE ha pubblicato in settimana un rapporto che identifica cinque punti critici che frenano la crescita italiana: produttività stagnante, sistema giudiziario lento, burocrazia elevata, mercato del lavoro duale, scarsa concorrenza nei servizi. Nello stesso periodo, il Documento di Finanza Pubblica ha rivisto al ribasso le previsioni di PIL per il 2026-2027, citando la guerra come fattore esogeno. Meloni ha anche ammesso che il Superbonus impedisce all'Italia di uscire dalla procedura di infrazione europea per deficit eccessivo.
La catena causale è precisa. Hormuz chiuso porta il Brent sopra 100 dollari. Energia cara aumenta l'inflazione. Inflazione alta mantiene i tassi BCE elevati. Tassi alti aumentano il costo del debito italiano, già tra i più alti d'Europa. Il deficit resta sopra la soglia UE. Lo spread sale. BTP sotto pressione. E Generali, primo acquirente strutturale di BTP, si trova al centro di una partita di potere che potrebbe distoglierla temporaneamente dal suo ruolo di ancoraggio. Il peso dell'evidenza suggerisce che, se Hormuz rimanesse chiuso oltre l'estate, la pressione su spread e rendimenti italiani si intensificherebbe. La BCE ha già indicato che valuterà i dati mese per mese. Il benchmark da osservare è il prossimo dato sull'inflazione dell'eurozona, atteso prima della riunione BCE di giugno. Se l'inflazione non cede, il taglio dei tassi slitta. E lo spread torna a muoversi.