Guerra in Iran e BCE|Fiducia ai minimi, tassi in bilico

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Hormuz e il costo europeo

Lo Stretto di Hormuz è bloccato da sessanta giorni. Il petrolio ha superato i cento dollari al barile. Eppure le borse europee non sono crollate — e questo richiede una spiegazione.

Ursula von der Leyen ha dichiarato al Parlamento europeo che in due mesi di conflitto la spesa europea per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro. Quasi 500 milioni al giorno. Von der Leyen ha avvertito che le conseguenze potrebbero farsi sentire per mesi o anni. Non è un allarme generico: è un dato contabile preciso.

Il meccanismo è diretto. La chiusura dello Stretto blocca circa il 20% del traffico petrolifero globale. Il gas naturale ad Amsterdam ha già superato i 44 euro per megawattora. Il carburante aereo e il diesel sono i mercati più in tensione, tanto che la Commissione europea ha chiesto un coordinamento straordinario per le riserve nazionali. In Italia, Salvini ha dichiarato che le riserve di carburante sono sufficienti fino a fine maggio — un'affermazione che, se letta attentamente, indica anche il limite temporale della stabilità attuale.

C'è però una variabile che ha cambiato la geometria del mercato energetico: gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l'uscita dall'OPEC e dall'OPEC+ a partire dal 1° maggio. Dopo quasi sessant'anni di appartenenza al cartello, Abu Dhabi sceglie di produrre petrolio a pieno regime in modo indipendente. La tempistica non è casuale: la crisi energetica legata alla guerra in Iran ha esposto le divisioni interne tra i Paesi del Golfo, e gli Emirati hanno scelto di monetizzare la propria capacità produttiva senza i vincoli delle quote OPEC. Questo aggiunge offerta al mercato — ma non necessariamente abbassa i prezzi finché Hormuz resta chiuso.

Eni ha risposto a questa pressione con una mossa strutturale: Claudio Descalzi ha firmato a Caracas un accordo programmatico con il Venezuela per rilanciare la produzione petrolifera nel campo di Junin-5, un giacimento nella Faja dell'Orinoco con 35 miliardi di barili certificati in posto. Eni detiene il 40% dell'operazione, PDVSA il 60%. La logica è quella della diversificazione delle forniture in un momento in cui il Medio Oriente è instabile. Ma il Venezuela è un Paese sotto sanzioni e con infrastrutture degradate: la produzione effettiva da Junin-5 richiederà anni, non mesi. Nel breve periodo, Eni dipende ancora dal Golfo Persico.

BCE, Fed e la fiducia che scende

Lo stesso giorno in cui le borse europee tenevano il punto sul petrolio, l'Istat pubblicava i dati sulla fiducia di aprile. Il risultato è stato il dato più basso dell'ultimo triennio. La fiducia dei consumatori è scesa da 92,6 a 90,8. Quella delle imprese da 97,3 a 95,2. Il settore più colpito è il turismo, che ha trascinato verso il basso l'intero comparto dei servizi.

Il collegamento con la guerra in Iran non è indiretto. L'inflazione italiana è al 2,9%. Svimez stima che il conflitto stia comprimendo gli stipendi reali fino al 2028. I prezzi benzina e diesel saliranno ulteriormente dal 2 maggio, quando la proroga del taglio delle accise scade — e il governo sta valutando una proroga più breve e mirata solo al gasolio. Una famiglia italiana che faceva il pieno a 1,70 euro al litro si troverà entro settimane sopra i 2,30.

In questo contesto arrivano due riunioni di banche centrali in quarantotto ore. La Fed ha mantenuto i tassi nel corridoio 3,50-3,75%, in quella che probabilmente sarà l'ultima riunione con Jerome Powell alla presidenza prima che Kevin Warsh gli succeda. I mercati non si aspettavano variazioni, ma guardano con attenzione alla direzione che Warsh imprimerà alla politica monetaria americana. Powell ha lasciato una Fed in attesa: l'inflazione da domanda è contenuta, ma l'inflazione da offerta — alimentata proprio dal petrolio — non risponde ai tassi.

La BCE si riunisce il 30 aprile. Carmignac prevede che Lagarde manterrà il tasso di riferimento invariato al 2%, ribadendo un approccio dipendente dai dati. Il mercato ha già prezzato circa 60 punti base di rialzi entro fine 2026, con una prima mossa attesa entro luglio. Ma la logica interna è contraddittoria: la BCE vuole alzare i tassi per contenere l'inflazione energetica, ma l'inflazione energetica non è generata da domanda eccessiva — è generata da un blocco geopolitico che i tassi non possono risolvere. Alzare il costo del denaro in questa fase comprimerebbe ulteriormente la domanda interna già in calo, senza toccare il prezzo del barile.

Lo spread BTP-Bund resta a 82-83 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 3,89%. Il Tesoro ha collocato 4 miliardi di BTP a cinque anni al 3,32% e 1,5 miliardi a quindici anni al 3,77%. Il deficit italiano è al 3,1% del PIL — oltre la soglia europea — e il ministro Giorgetti ha già evocato la possibilità di uno sforamento ulteriore in circostanze eccezionali. La Corte dei Conti ha lanciato l'allerta: con un debito al 137% del PIL, ogni punto percentuale di spread costa miliardi in interessi.

Nexi e il capitalismo difensivo

Mentre l'economia reale mostrava i numeri peggiori in tre anni, Piazza Affari aveva il suo protagonista del giorno. Nexi ha guadagnato oltre il 7% sul FTSE MIB dopo che il Financial Times ha riportato che il fondo di private equity CVC Capital starebbe valutando un'offerta da 9 miliardi di euro per acquisire la paytech italiana e procedere al suo delisting.

La notizia ha un'architettura precisa. CVC aveva già cercato di entrare in Nexi nel 2015 e nel 2023. Oggi Nexi vale circa 4,5 miliardi di capitalizzazione e porta un debito netto di quasi 5 miliardi. Un'offerta da 9 miliardi corrisponderebbe quindi all'enterprise value della società — senza premio di controllo significativo per gli azionisti. Gli analisti di Intermonte hanno osservato che in queste condizioni la creazione di valore per gli azionisti non appare immediata.

C'è però un vincolo strutturale che potrebbe bloccare l'operazione prima ancora che si formalizzi. Cassa Depositi e Prestiti detiene circa il 19% di Nexi ed è uno degli azionisti di riferimento. CDP ha già dichiarato di non avere intenzione di vendere la propria quota. Hellman & Friedman, con il 22%, non è in trattative con il fondo britannico. E il governo Meloni ha lo strumento del Golden Power per bloccare acquisizioni di asset strategici: la rete interbancaria nazionale di Nexi è esattamente il tipo di infrastruttura che rientra in questa categoria.

Una possibile soluzione strutturale prevedrebbe lo scorporo della divisione Digital Banking Solutions — la parte più strategicamente sensibile — e il suo trasferimento a un investitore domestico come CDP, permettendo a CVC di acquisire il resto del gruppo. Ma questa architettura richiede accordo tra tutte le parti, compreso il governo, e CDP ha già freddo il mercato con un no esplicito al delisting.

Il quadro finale ha una coerenza interna. L'Italia è sotto pressione energetica da un conflitto esterno. La fiducia di imprese e consumatori è al minimo. La BCE potrebbe alzare i tassi per un'inflazione che non risponde ai tassi. Il debito pubblico è in zona di attenzione. E in questo contesto, l'unico titolo che sale di oltre il 7% lo fa su un'indiscrezione di un'acquisizione che CDP ha già smentito.

Il peso dell'evidenza disponibile suggerisce che la BCE manterrà i tassi fermi domani, con Lagarde che calibrerà il messaggio per non chiudere la porta a un rialzo estivo. Se l'inflazione energetica si consolida sopra il 3%, la pressione per agire aumenterà — e lo spread italiano potrebbe allargarsi verso i 100 punti base, territorio che inizia a creare attrito sul costo di rifinanziamento del debito. Il segnale da monitorare nelle prossime quarantotto ore è il comunicato BCE del 30 aprile e il prezzo del gas TTF ad Amsterdam: se scende sotto i 42 euro, la pressione inflazionistica si allenta. Se sale oltre i 48, il mercato inizierà a prezzare un rialzo a giugno come certezza. Rimane aperta la variabile geopolitica: ogni sviluppo nello stretto di Hormuz può ribaltare questo scenario nel giro di ore.

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