Guerra in Iran e Brent a 108|BCE e Fed sospese sullabisso

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Stretto chiuso, Europa in fiamme

Il Brent ha superato i 108 dollari. In Italia la bolletta elettrica è cresciuta di oltre il 20% dall'inizio della guerra USA-Iran del 28 febbraio. Eppure, nello stesso periodo, la Spagna ha visto scendere i prezzi dell'energia. Il confine tra chi paga e chi no non passa tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Passa tra chi dipende dal gas e chi no.

L'Italia genera oltre il 40% della sua elettricità dal gas naturale. Con lo Stretto di Hormuz bloccato, le forniture di gas liquefatto si sono contratte e i prezzi all'ingrosso hanno subito un'impennata che si sta trasmettendo a cascata verso famiglie e imprese. La Commissione Europea ha abbozzato piani per tagliare le tasse sull'elettricità, ma gli analisti avvertono che i costi statali potrebbero crescere di conseguenza, sostituendo un debito privato con uno pubblico.

Il danno economico per gli italiani è già quantificabile. In due mesi di conflitto le perdite complessive tra carburanti, mutui e bollette hanno superato il miliardo e mezzo di euro. Le compagnie aeree internazionali hanno iniziato a cancellare voli per la stretta sulle forniture di carburante. Il prezzo della benzina è aumentato del 29% in un mese. Ogni giorno di crisi non risolto approfondisce quella frattura tra i Paesi che hanno investito nelle rinnovabili e quelli che non lo hanno fatto.

Iran ha proposto di porre fine al blocco dello Stretto in cambio della revoca delle sanzioni americane. Trump appare orientato a respingere l'offerta. Il ministro degli Esteri iraniano è a Mosca per incontrare Putin. Finché questa partita diplomatica rimane aperta, i mercati energetici europei resteranno in balia di ogni notizia proveniente dal Golfo.

BCE e Fed: wait and see

Quella stessa crisi energetica che brucia i bilanci delle famiglie italiane è arrivata sul tavolo delle banche centrali, e ha reso le loro decisioni molto più complicate.

La Federal Reserve si riunisce questa settimana. I mercati non si aspettano mosse. Ma il vero dossier è quello europeo. La Banca Centrale Europea si riunisce giovedì 30 aprile, e per la prima volta dal 2023 si parla concretamente di un possibile rialzo dei tassi. Non a questa riunione, ma a giugno. Un sondaggio di Bloomberg indica che la BCE alzerà i tassi di 25 punti base a giugno, per poi iniziare a tagliarli solo nel 2027.

Il segnale che ha agitato i mercati oggi è arrivato direttamente dalla BCE stessa. Un report pubblicato lunedì indica che le aziende dell'Eurozona si aspettano che i prezzi di vendita saliranno del 3,5% nei prossimi 12 mesi, mentre i costi degli input energetici balzeranno del 5,8%. La forbice tra costi e prezzi finali significa una cosa sola: le imprese stanno assorbendo il costo adesso, ma a un certo punto lo trasferiranno ai consumatori. Quando succederà, l'inflazione secondaria colpirà in modo più duraturo.

Christine Lagarde ha dichiarato il 20 aprile che la BCE ha bisogno di maggiore chiarezza prima di agire. La grande incognita è la durata della guerra. Se il conflitto si prolunga oltre l'estate e i prezzi energetici rimangono elevati, la BCE sarà costretta ad alzare i tassi per contenere le aspettative inflazionistiche. Per chi ha un mutuo a tasso variabile in Italia, questo si tradurrebbe in rate più alte, in un momento in cui il costo della vita preme già da più parti.

Piazza Affari: chi sale e chi scende

Mentre i mercati globali aspettano le decisioni delle banche centrali, a Piazza Affari si muovono storie molto diverse tra loro, legate da un filo comune: le risorse energetiche.

Saipem è il titolo della giornata. Il gruppo di servizi petroliferi ha riportato una forte generazione di cassa e gli analisti hanno rivisto al rialzo i target di prezzo. In un mercato dove il Brent a 108 dollari spinge le major petrolifere ad accelerare i progetti di esplorazione, Saipem beneficia direttamente dell'aumento della domanda di perforazioni e infrastrutture. La stessa logica spiega i risultati di Eni, che ha annunciato circa un miliardo di barili equivalenti di nuove risorse scoperte dall'inizio dell'anno tra Angola, Costa d'Avorio, Libia, Egitto e Indonesia. Il flusso di cassa atteso per il 2026 è stato alzato a 13,8 miliardi di euro, con un piano di riacquisto di azioni proprie quasi raddoppiato, da 1,5 a 2,8 miliardi.

Su Stellantis il quadro è opposto. Il gruppo sta valutando la cessione o la condivisione produttiva di quattro stabilimenti europei, incluso quello di Cassino nel Lazio, che ha chiuso il primo trimestre con appena 17 giorni di attività effettiva. I potenziali acquirenti includono Dongfeng Motor Corporation, il colosso cinese già storico socio di Stellantis. L'ipotesi che Alfa Romeo Giulia e Stelvio vengano prodotte in Cina o in stabilimenti operati da partner cinesi ha suscitato reazioni immediate tra i sindacati e nella politica italiana.

Il dato più significativo di questa giornata riguarda le aspettative. Le banche italiane si preparano a pubblicare i conti del primo trimestre 2026 con previsioni di utili solidi, grazie al contesto di tassi ancora elevati. I titoli bancari hanno sostenuto il listino di Milano in una seduta altrimenti incerta. Se la BCE dovesse effettivamente alzare i tassi a giugno, le banche potrebbero beneficiarne ulteriormente nel breve periodo, mentre i mutuatari pagherebbero un prezzo più alto.

Il denominatore comune tra tutte queste storie è la geopolitica. Finché lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso e i negoziati USA-Iran non produrranno risultati concreti, l'energia cara continuerà a filtrare in ogni angolo dell'economia italiana, comprimendo i margini delle imprese manifatturiere, sostenendo i titoli energetici e mantenendo le banche centrali in uno stato di attesa forzata. Il benchmark da monitorare questa settimana è la decisione della Fed di mercoledì e la riunione BCE di giovedì: se Lagarde dovesse segnalare un rialzo a giugno in modo più esplicito del previsto, i BTP potrebbero subire pressioni immediate. Se invece dovesse prevalere il tono attendista, i mercati potrebbero trovare un respiro temporaneo. Ma il respiro durerebbe poco, finché da Washington non arrivasse un segnale chiaro sull'Iran.

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