Guerra USA-Iran|Piazza Affari ai massimi da 26 anni e ora?

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Petrolio e Pace

Il Brent è crollato dell'11% in un solo giorno, eppure le borse europee sono salite del 2% nello stesso momento. Due movimenti opposti, stesso catalizzatore: la sospensione del Project Freedom nello Stretto di Hormuz e i segnali di un possibile accordo tra Washington e Teheran. Per capire perché questa combinazione è così rara, bisogna partire dalla geometria della crisi. La guerra in Iran aveva bloccato uno stretto che controlla il 30% della produzione mondiale di greggio. Ogni barile che non passava per Hormuz finiva per costare alle famiglie italiane fino a 2.270 euro in più all'anno, secondo il Fondo Monetario Internazionale. Quando Trump ha sospeso la missione militare per "finalizzare un accordo", i mercati energetici hanno tirato il sospiro di sollievo che aspettavano da settimane. Il Wti è sceso a 90 dollari, il gas ad Amsterdam ha perso il 12%. Ma il crollo del petrolio non è solo sollievo alla pompa di benzina. È un segnale che arriva direttamente nei conti delle banche, delle assicurazioni e dei titoli del lusso, perché abbassa l'inflazione attesa e riduce la pressione sui tassi d'interesse. Lo spread Btp-Bund è crollato a 78 punti base, il rendimento del decennale italiano al 3,74%, undici punti base in meno in una sola seduta. Il Ftse Mib ha toccato 49.414 punti, i massimi da marzo del 2000. Amplifon ha guadagnato il 14,8%, Stellantis il 6,9%, Ferrari il 4,5%. Ma l'accordo non è ancora firmato. Il blocco dei porti iraniani rimane in vigore. E la storia insegna che le tregue tattiche di Trump possono invertirsi in poche ore.

Trimestrali Record

Quello che i mercati hanno festeggiato ieri non era solo la diplomazia. Sotto la superficie della euforia geopolitica, tre trimestrali italiane stavano ridisegnando le aspettative sugli utili. UniCredit ha pubblicato il miglior trimestre della sua storia: utile netto a 3,2 miliardi di euro, in rialzo del 16% anno su anno, con un EPS cresciuto del 19,7%. Il consensus si aspettava 2,7 miliardi. La banca di Orcel ha alzato il target di utile netto 2026 a oltre 11 miliardi. Nello stesso giorno, Leonardo ha riportato ordini per 9 miliardi nel trimestre, un balzo del 31%, con un EBITA salito del 33% a 281 milioni. Il portafoglio ordini ha superato i 56 miliardi di euro, con una copertura della produzione superiore a 2,5 anni. Sono numeri che riflettono la corsa globale alla difesa, accelerata proprio dall'instabilità geopolitica che ha fatto crollare il petrolio. Il paradosso è preciso: la stessa guerra che deprime i consumi delle famiglie italiane sta riempiendo il portafoglio ordini di Leonardo. Amplifon ha completato il quadro con una crescita organica del 2,2% e un margine EBITDA adjusted al 24,5%, il livello record di periodo. Il management ha indicato un aprile molto positivo. La struttura narrativa dei mercati italiani in questa giornata non era quindi solo geopolitica: era la sovrapposizione tra un catalizzatore esterno, il possibile accordo USA-Iran, e una stagione di utili che ha sorpreso al rialzo su tre fronti diversi contemporaneamente. Il problema è che queste due forze potrebbero non muoversi nella stessa direzione nei prossimi giorni.

BTP e il Bivio BCE

Lo spread a 78 punti base è la variabile che collega tutto il resto. Quando il differenziale Btp-Bund scende così rapidamente, i titoli bancari salgono perché il costo del rischio sul debito sovrano si riduce. Quando sale, le stesse banche pagano di più per raccogliere capitale. Lagarde ha chiarito in settimana che la BCE attende sei settimane prima di decidere sui tassi. Ma nel frattempo ha anche avvertito che l'Italia, a differenza di Spagna e Portogallo, non ha una quota sufficiente di rinnovabili nel mix energetico per isolarsi dagli shock sul gas. Il FMI aggiunge un altro strato: il debito pubblico italiano al 138% del PIL, secondo solo a Grecia e Giappone tra le economie avanzate, crea una vulnerabilità strutturale alla curva dei tassi. Se i rendimenti a lungo termine dovessero tornare sopra il 4%, dove erano pochi giorni fa, i 500 miliardi di obbligazioni nei fondi aperti italiani subirebbero una pressione di vendita che amplificherebbe il movimento. Il leaning oggi è costruttivo per i titoli bancari e del lusso, perché lo spread a 78 punti e gli utili record di UniCredit disegnano uno scenario in cui il mercato italiano riesce a reggere anche un contesto macro difficile. Ma il benchmark da monitorare domani è il rendimento del Btp decennale: se rimane sotto il 3,85%, il segnale è che i mercati credono davvero alla tregua. Se risale verso il 4%, la sessione di oggi sarà ricordata come un rimbalzo tecnico su una struttura ancora fragile. UniCredit a 66 euro è il titolo che incorpora entrambi gli scenari: sale se l'accordo regge, scende se Hormuz rimane chiuso un altro mese.

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