Hormuz ancora chiusa|costi energetici italiani a rischio esplosione

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Lo Stretto che spezza tutto

Il greggio fisico nel Mare del Nord ha toccato i 130 dollari al barile, con alcune cargazioni trattate oltre i 150. Ma sui terminali Bloomberg il prezzo dei futures raccontava qualcosa di completamente diverso. È questo lo strappo che i mercati faticano ancora a leggere: il prezzo che si vede sugli schermi non è il prezzo che paga chi compra petrolio fisico. Il mercato dei derivati si è scollegato dal sottostante, e quando il derivato perde contatto con il liquido che dovrebbe rappresentare, l'unica certezza è che il divario prima o poi si chiude — quasi sempre verso l'alto.

Lo Stretto di Hormuz è stato richiuso il 18 aprile, dopo un cessate il fuoco durato poche ore. L'Agenzia Internazionale dell'Energia ha certificato quello che i mercati avevano già capito: si tratta della più grande interruzione di offerta nella storia del mercato petrolifero globale. I flussi attraverso lo Stretto sono crollati da circa 20 milioni di barili al giorno pre-guerra a poco più di 2 milioni. Da quel collo di bottiglia passava il 20-25% del petrolio mondiale e fino al 20% del gas naturale liquefatto, in larga parte proveniente dal Qatar.

Il vero nodo non è il greggio: è la raffinazione. L'Europa ha smantellato sistematicamente i propri centri di lavorazione negli ultimi vent'anni, delegandoli a Medio Oriente, Nord Africa e Russia. Il primo è in guerra. La seconda è sotto embargo. Il terzo è instabile per definizione. I crack spread — il margine tra greggio e prodotto finito — hanno già superato i picchi storici del 2022. La Commissione Europea ha iniziato a parlare apertamente di preparativi al razionamento di benzina e diesel per i Ventisette. Rilasciare le riserve strategiche non risolve il problema: quelle riserve contengono greggio, non prodotti finiti. Se le raffinerie europee girano sotto capacità, il greggio liberato non diventa automaticamente carburante nel serbatoio di nessuno.

Per l'Italia il conto è già sul tavolo. Il Centro studi di Confindustria stima un aumento dei costi energetici per le imprese italiane compreso tra 7 e 21 miliardi di euro nel 2026 rispetto all'anno precedente. Lo scenario dipende dalla durata del conflitto: se la guerra si chiude entro metà anno, l'incidenza dei costi energetici salirebbe dal 4,9% al 5,9% dei costi totali. Se si prolunga, con il petrolio a una media di 140 dollari, quella quota arriverebbe al 7,6% — vicino ai livelli del 2022, che Confindustria definisce esplicitamente non sostenibili.

BCE tra inflazione e crescita

Mentre le imprese italiane calcolano il costo della guerra, la Banca Centrale Europea si trova in una posizione scomoda che non ha precedenti recenti. Christine Lagarde ha parlato a Berlino il 20 aprile con un messaggio preciso: la BCE non ha ancora abbastanza dati per decidere. Ma questa cautela nasconde una trappola strutturale che i mercati obbligazionari hanno già iniziato a prezzare.

Lo spread BTP-Bund è sceso a 73 punti base il 21 aprile, trascinato dall'ottimismo sui colloqui in corso a Islamabad tra delegazioni americana e iraniana. Il calo dei rendimenti è un segnale di fiducia temporanea — ma le variabili sottostanti non sono cambiate. Il gas TTF si aggira intorno ai 38-40 euro al megawattora, ancora ben sopra i livelli pre-crisi. E Lagarde ha avvertito esplicitamente che se i governi varassero stimoli fiscali troppo ampi per proteggere famiglie e imprese dal caro energia, la BCE si troverebbe costretta ad alzare i tassi.

L'esperienza del 2022 parla chiaro. Quando i governi europei introdussero tagli alle tasse e tetti ai prezzi, quelle misure fecero scendere l'inflazione di quasi un punto percentuale nell'immediato — ma prolungarono il periodo di inflazione elevata fino al 2024 e al 2025 perché riducevano l'incentivo a ridurre i consumi energetici. Il taglio dei tassi BCE previsto per giugno è ora formalmente a rischio. Lagarde ha scelto un approccio guidato dai dati: ogni giorno in più di conflitto allarga il divario tra domanda e offerta energetica e allunga il tempo necessario alla normalizzazione.

Per l'Italia il meccanismo è diretto. Il costo del credito per le imprese è già intorno al 3,3% e potrebbe aumentare ulteriormente. Il deficit italiano è previsto al 2,8% quest'anno e al 2,6% nel 2027 — numeri in linea con i target europei, ma che lasciano margini fiscali ridotti proprio mentre la pressione politica a intervenire sul caro energia cresce. Se il governo aumentasse la spesa oltre certi livelli, Lagarde ha già comunicato dove andrà a parare. La forbice tra uno spread stabile e uno spread che comincia a rilargarsi dipende esattamente da quanta disciplina fiscale Roma riuscirà a mantenere nei prossimi mesi.

Difesa: chi corre e chi frena

C'è un paradosso che i mercati hanno già risolto, anche se molti investitori non se ne sono ancora accorti. Nel momento in cui la guerra tra Stati Uniti e Iran avrebbe dovuto far esplodere i titoli della difesa, Leonardo ha perso il 6,58% in un mese mentre Avio ha guadagnato il 4% in una sola seduta. Il contrasto non è rumore: è una lettura precisa di dove si trova il ciclo di valutazione in questo settore.

Jefferies ha declassato Leonardo da "buy" a "hold", tagliando il target price da 68 a 62 euro. La motivazione è strutturale: il mercato ha già incorporato le aspettative positive legate all'aumento della spesa militare europea. Il piano da 800 miliardi annunciato da Bruxelles è nei prezzi. Quando più broker convergono verso la stessa direzione in un lasso di tempo ristretto — e UBS aveva già confermato una view "hold" con target a 64 euro nei giorni precedenti — il consensus sta comunicando che il rapporto rischio-rendimento del titolo è cambiato in modo fondamentale, non tattico.

Avio racconta una storia diversa. La stessa Jefferies che ha declassato Leonardo ha alzato il target su Avio da 41,5 a 43,50 euro, confermando la raccomandazione "buy". Dopo i risultati del 2025 e lo scoppio del conflitto con l'Iran, il broker ha rivisto le stime sulla capacità produttiva attesa al 2030: da 500 a 900 tonnellate di propellente. Questa revisione riflette una domanda strutturale che il mercato non ha ancora completamente prezzato — il contrario di Leonardo, dove il rally è già avvenuto prima che i fondamentali confermassero la tesi.

La divergenza tra i due titoli è un segnale più ampio sull'intero comparto difesa europeo. RTX ha chiuso il primo trimestre 2026 con ricavi a 22,1 miliardi di dollari, in crescita del 9%, e ha alzato la guidance annuale. Il backlog totale ha raggiunto 271 miliardi, di cui 109 di difesa. La domanda di sistemi Patriot e GEM-T per l'Ucraina si traduce in contratti reali — 3,7 miliardi solo ad aprile. Il settore cresce, ma il mercato distingue già tra chi ha già corso e chi ha ancora spazio davanti.

Il peso di tutta questa catena dipende da una variabile sola: quanto durerà il conflitto. Se i colloqui di Islamabad producono una tregua stabile, lo spread BTP torna verso i 65-70 punti, la BCE può procedere con il taglio di giugno e la pressione energetica sulle imprese italiane resta nel range dei 7 miliardi. In questo scenario, i titoli della difesa che hanno già incorporato le aspettative — Leonardo in testa — farebbero più fatica, mentre il gas scenderebbe verso i 32 euro e l'emergenza carbone resterebbe sulla carta. Se invece il conflitto si prolunga oltre l'estate, il percorso si inverte completamente: gas oltre i 70 euro attiva il piano delle centrali a carbone, la BCE è costretta verso un rialzo dei tassi, e lo spread italiano rischia di rompere quota 90. I benchmark da monitorare nei prossimi giorni sono due: l'esito dei colloqui a Islamabad entro il 22 aprile, e il prezzo del gas TTF — se supera i 50 euro nelle prossime settimane, lo scenario avverso smette di essere ipotetico.

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