Hormuz Chiuso di Nuovo|Conto Energetico da 21 Miliardi

· FTSE MIB

Lo Stretto che Cambia Tutto

Venerdì scorso il WTI è crollato dell'11% in poche ore, dopo l'annuncio dell'apertura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran. Lunedì mattina lo stesso stretto era già di nuovo chiuso. Il mercato ha impiegato 48 ore per capire che l'equilibrio geopolitico nel Golfo Persico non si tratta più come una variabile binaria, ma come un rubinetto che apre e chiude a ritmo sempre più imprevedibile.

Il problema non è la volatilità in sé. È il prezzo fisico del petrolio che si muove in modo sempre più separato dai futures. Secondo dati citati all'ultimo Global Investment Summit di HSBC a Hong Kong, il costo totale per trasportare petrolio fisico in Asia ha raggiunto i 286 dollari al barile. Quasi il triplo del prezzo Brent sui terminali. I noli marittimi e i premi assicurativi hanno creato un mercato parallelo che i prezzi pubblicati non raccontano.

Per l'Italia questa asimmetria ha un costo preciso. Il Centro Studi di Confindustria ha calcolato due scenari. Se il conflitto si chiude entro metà anno, le imprese italiane pagheranno 7 miliardi di euro in più rispetto al 2025. Se la guerra si prolunga, con il petrolio stabile attorno ai 140 dollari, il conto arriva a 21 miliardi. L'incidenza dei costi energetici sui costi totali salirebbe al 7,6%, avvicinandosi ai livelli del 2022, un livello che Confindustria definisce esplicitamente non sostenibile.

Il gas racconta la stessa storia. Il TTF ha aperto la settimana a 40,96 euro per megawattora, con il premio legato allo Stretto di Hormuz tornato a riflettersi sulle quotazioni. Il ministro dell'Ambiente Pichetto Fratin ha dichiarato che, se il prezzo del gas dovesse superare i 70 euro, il governo sarebbe pronto a riattivare alcune centrali a carbone. Non è una minaccia. È un indicatore della direzione in cui si muove la politica energetica italiana sotto pressione.

Il paradosso è che proprio in questo contesto Eni ha annunciato una delle scoperte più rilevanti degli ultimi anni. Il pozzo Geliga-1, nell'offshore indonesiano, ha intercettato 140 miliardi di metri cubi di gas in posto e 300 milioni di barili di condensati. Cinque volte le riserve stimate nell'intero sottosuolo italiano. Il titolo ha reagito con un rimbalzo del 3% dopo il calo del 7% di venerdì. Ma lo stretto tra scoperta upstream e sollievo immediato alle bollette è quello della tempistica: lo sviluppo richiede anni. La crisi è adesso.

BTP, Deficit e la Data del 22 Aprile

Mentre le imprese calcolano il costo energetico della guerra, il governo italiano aspetta un verdetto che potrebbe costare molto di più. Mercoledì 22 aprile Eurostat pubblicherà le stime ufficiali sul rapporto deficit-PIL italiano per il 2025. Il numero che il mercato guarda è semplice: l'Italia è sopra o sotto il 3%.

L'Istat ha calcolato un deficit al 3,1%. Se Eurostat conferma, il sogno del Ministro Giorgetti di uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo si infrange. Non uscire dalla procedura significa manovre più pesanti, meno flessibilità fiscale, e un segnale ai mercati che Roma non ha il margine che pensava di avere.

Lo spread BTP-Bund ha aperto la settimana a 75 punti base, in rialzo rispetto ai 72 della chiusura di venerdì. La connessione con Hormuz è diretta: negli ultimi due mesi ogni peggioramento delle tensioni in Medio Oriente si è tradotto in vendite sui titoli di Stato periferici europei. A marzo lo spread era salito fino a 100 punti base. Il rendimento dei BTP decennali è oggi al 3,72%, contro il 3,27% di fine febbraio, prima dell'inizio del conflitto.

La struttura del problema è più tecnica di quanto sembri. L'inflazione che stiamo osservando non è guidata dalla domanda, ma dagli shock energetici sull'offerta. Quando l'inflazione è supply-driven, il rialzo dei tassi da parte della BCE riduce l'inflazione sacrificando la crescita. La BCE lo sa. Ma i vincoli di credibilità monetaria, con l'inflazione che potrebbe tornare sopra il 4%, la costringerebbero comunque ad agire. Se a giugno la BCE alza i tassi in un contesto di crescita già debole, i gestori istituzionali cominciano a selezionare il rischio: escono dai periferici, comprano Bund. Lo spread si allarga meccanicamente, indipendentemente dalla qualità reale dei conti italiani.

Il rischio a giugno non è un'ipotesi teorica. È il punto di convergenza di tre variabili: la decisione BCE, l'asta BTP di fine aprile, e il verdetto Eurostat di questa settimana. Chi ha costruito un portafoglio su BTP con spread stretti si troverebbe a fronteggiare contemporaneamente calo del prezzo del titolo, pressione al rialzo sui rendimenti, e la necessità di scegliere se restare o uscire proprio mentre la liquidità si restringe.

Le Variabili che Determinano Tutto

I due capitoli di questa settimana condividono una struttura comune. L'energia e il debito pubblico italiano sono entrambi sotto pressione per la stessa ragione: lo Stretto di Hormuz non è ancora stabilizzato. Finché questa variabile resta aperta, i due problemi si alimentano a vicenda. Il caro energia gonfia il deficit attraverso i sussidi alle imprese e il rallentamento fiscale. Il deficit allargato deprime i BTP. I BTP in calo alzano il costo del debito. Il costo del debito riduce lo spazio per le politiche di sostegno.

Il peso delle prove disponibili suggerisce che lo scenario centrale per le prossime settimane rimane di pressione persistente, non di crisi acuta. Lo spread a 75 punti base è significativo, ma lontano dai livelli di allarme. Il petrolio a 90 dollari è alto, ma i 140 dollari dello scenario Confindustria più pessimistico non sono il caso base. La BCE ha ancora margine per ritardare prima di essere costretta ad agire.

Ma questo scenario centrale tiene solo se due condizioni restano valide. La prima è che i colloqui diplomatici tra Iran e Stati Uniti, per quanto fragilissimi, non collassino completamente. La seconda è che Eurostat mercoledì non sorprenda al rialzo sul deficit italiano, segnalando un problema strutturale più profondo di quanto già noto.

Se una delle due condizioni si rompe, la traiettoria cambia. Lo spread potrebbe tornare verso 100 punti base in tempi rapidi. I gestori che hanno già vissuto marzo potrebbero reagire in anticipo, anticipando la pressione invece di aspettarla. In quel caso il rimbalzo di Eni, il dividend yield del FTSE MIB, e la stabilità apparente di questa apertura di settimana diventerebbero tutti dati da rileggere sotto una luce diversa.

I due numeri da verificare nei prossimi giorni sono il rendimento BTP decennale sopra o sotto il 3,80%, e il prezzo del gas TTF sopra o sotto i 45 euro. Se entrambi superano queste soglie simultaneamente, il mercato sta già prezzando uno scenario diverso da quello descritto questa mattina.

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