Hormuz stringe la BCE|Doppio rialzo tassi inevitabile?
Guerra e inflazione
Piazza Affari ha chiuso la seduta di ieri in rosso con il FTSE MIB in calo dello 0,82%, mentre i negoziati di pace tra Washington e Teheran si sono arenati. Ma quello che il mercato non ha ancora prezzato completamente non è il conflitto in sé — è la catena inflattiva che quel conflitto ha innescato e che ora spinge la Banca Centrale Europea verso una svolta che sembrava impensabile appena tre mesi fa.
L'inflazione dell'Eurozona ha toccato il 3% ad aprile, il livello più alto da settembre 2023. La componente energetica è la chiave: i prezzi dell'energia sono balzati del 10,9% su base annua, più del doppio rispetto al 5,1% di marzo. Non si tratta di un'accelerazione lineare, ma di un salto strutturale — ogni settimana in cui lo Stretto di Hormuz rimane bloccato aggiunge pressione ai prezzi che non si esaurisce con la riapertura dello stretto stesso.
Il meccanismo è questo: il petrolio sopra i 100 dollari al barile alza i costi di produzione in tutti i settori, quei costi si trasferiscono sui prezzi al consumo, e i lavoratori iniziano a chiedere salari più alti per compensare. È la spirale prezzi-salari che Lagarde ha esplicitamente dichiarato di temere — una volta avviata, si auto-alimenta anche se il conflitto si risolve. Il Codacons stima che tra febbraio e aprile le famiglie italiane abbiano già pagato quasi 926 euro in più, con i carburanti in rialzo del 38,4% in appena due mesi.
Il problema che questa prima lettura lascia aperta è che la BCE ha scelto finora di aspettare — ma i mercati non aspettano più.
BCE sotto pressione
Un sondaggio Bloomberg condotto tra il 4 e il 7 maggio rivela che gli economisti si attendono non uno ma due rialzi dei tassi BCE entro fine anno, di 25 punti base ciascuno, nelle riunioni dell'11 giugno e del 10 settembre. Fino a poche settimane fa il mercato scontava tagli; oggi sconta strette. Questo cambio di direzione non è solo tattico — ridisegna il costo del capitale per ogni azienda italiana che si finanzia a tasso variabile.
Il vicepresidente uscente de Guindos, pur invitando alla prudenza, ha ammesso pubblicamente al Financial Times di ritenere che i dati di crescita nelle prossime settimane non saranno positivi. Questa è una dichiarazione rilevante: significa che la BCE si prepara a rialzare i tassi in un'economia che sta già rallentando. Il PIL dell'Eurozona è stato rivisto al ribasso allo 0,8% per il 2026, dal precedente 1%. Inasprire la politica monetaria in questa congiuntura significa accettare deliberatamente un ulteriore rallentamento della crescita pur di contenere l'inflazione.
Per i titoli bancari italiani questo crea una biforcazione: a breve termine i margini di interesse migliorano con tassi più alti, e non è un caso che MPS abbia guadagnato il 2,99% e Mediobanca il 3,37% anche in una giornata di ribasso generale. Ma la contropartita è che il deterioramento del credito accelera — le imprese più indebitate vedranno salire il costo dei prestiti proprio mentre i ricavi rallentano.
Lo spread BTP-Bund a 76 punti base, in discesa rispetto agli 81 di inizio maggio, suggerisce che il mercato obbligazionario vede l'Italia come un caso relativamente solido. Ma questo spread regge a condizione che la BCE non superi due rialzi — il terzo cambierebbe il calcolo.
Il nodo di giugno
L'inflazione americana ad aprile ha segnato il 3,8% su base annua, il dato più alto da maggio 2023, con i prezzi energetici in rialzo del 17,9% annuo. Questo dato è rilevante per l'Italia non perché la Fed decida direttamente i tassi europei, ma perché irrigidisce l'intero contesto globale dei tassi e toglie alla BCE la possibilità di usare la Federal Reserve come scudo narrativo per la propria inazione.
Kevin Warsh, il nuovo presidente della Fed nominato da Trump con l'aspettativa esplicita di tassi più bassi, si trova invece davanti a dati che rendono qualsiasi taglio politicamente e tecnicamente ingiustificabile. Il mercato già sconta tassi Fed invariati per l'intero 2026. Due banche centrali delle principali economie mondiali bloccate in un regime di tassi alti per effetto della stessa guerra: questo è lo scenario che Piazza Affari deve prezzare nei prossimi mesi.
Il punto di verifica concreto è la riunione BCE dell'11 giugno. Se Lagarde annuncia il primo rialzo da 25 punti base, il segnale che ne deriverà non sarà solo sul costo del denaro — sarà sulla durata dell'intera fase di restrizione monetaria. La BCE ha già tenuto i tassi fermi per sette riunioni consecutive; rompere quella serie equivale ad ammettere che lo shock è strutturale, non transitorio.
Il tasso di rendimento del BTP decennale a 3,84% è la soglia da osservare: se dopo il 11 giugno supera il 4%, significa che il mercato sta scontando più di due rialzi e il vantaggio relativo dell'Italia sullo spread potrebbe ridursi rapidamente. Se invece rimane sotto il 4%, il mercato sta ancora scommettendo su un ciclo di restrizione breve. I titoli bancari — MPS, Mediobanca, UniCredit — si muoveranno di conseguenza, ma in direzioni opposte a seconda dell'orizzonte temporale considerato.