Intesa Sanpaolo 2,3 miliardi in buyback|OPS su MPS a rischio se UniCredit entra

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Il buyback da 2,3 miliardi che racconta tutto

Intesa Sanpaolo ha annunciato un buyback fino a 800 milioni di azioni proprie, con un esborso di circa 2,3 miliardi di euro, da completare entro il 23 ottobre. Non è una distribuzione di valore agli azionisti. È una mossa difensiva: sostenere meccanicamente il corso del titolo per impedire che il rapporto di scambio con MPS continui a peggiorare. Il premio iniziale dell'OPS, lanciata il 7 giugno, toccava il 12,5% sulla chiusura di venerdì 5 giugno. Oggi, secondo gli analisti, si è già ridotto — e si ridurrà ulteriormente a novembre, quando Intesa pagherà la cedola intermedia agli azionisti. In un'offerta interamente in azioni, il valore che MPS riceve dipende dal titolo Intesa: se il titolo scende, l'offerta si riduce senza che nessuno la modifichi ufficialmente. La banca sta quindi usando 2,3 miliardi per tenere in piedi numericamente un'offerta che il mercato ritiene superiore a quelle concorrenti. Il paradosso è preciso: si spende capitale per difendere un'offerta che non dovrebbe aver bisogno di difesa. Questo segnala che la pressione è reale.

Perché il premio si è eroso e cosa rende il calcolo instabile

L'OPS di Intesa su MPS è formulata ex articolo 102 del Tuf — un'offerta non concordata, dove il CdA di MPS ha il compito di esaminarla e rispondere. Sul tavolo del Monte ci sono due proposte: l'OPS circostanziata di Intesa (quasi 31 miliardi il valore implicito al lancio) e la fusione alla pari proposta da Banco BPM, che gli analisti giudicano tecnicamente indefinita e, sul piano delle sinergie, incomparabile — BPM indica 1 miliardo di sinergie contro i 2,9 miliardi di Intesa. Il mercato ha registrato questa asimmetria, e il grande investitore Davide Leone, che detiene il 5% di Banco BPM, si è pronunciato pubblicamente: "L'offerta di Intesa è di gran lunga la migliore." Eppure il CdA del Monte non si è ancora espresso, e la volontà che si respira a Siena è di resistere all'ipotesi di smembramento che l'OPS Intesa comporterebbe, separando MPS da parti della sua rete. L'assunzione non detta su cui si regge la lettura rialzista di ISP è che Siena alla fine accetti il rapporto economico più favorevole. Ma questa assunzione non è verificata — il CdA può respingere l'offerta sulla base di argomenti non puramente finanziari, e lo storico di MPS (fondata nel 1472) rende quell'argomento politicamente reale. Un'offerta numericamente superiore può non essere accettata se l'identità della banca è in gioco.

UniCredit libera da Commerzbank: variabile nuova, non ancora prezzata

L'8 luglio UniCredit ha chiuso l'OPS su Commerzbank con adesioni al 17,6% del capitale — risultato "ben oltre le aspettative iniziali", ha commentato la banca guidata da Andrea Orcel. La partecipazione complessiva sale al 47,59%, equivalente al 49,65% dei diritti di voto. La posizione è così elevata da garantire già il controllo di fatto del consiglio di sorveglianza. Con questa operazione archiviata, il Corriere della Sera del 7 luglio identifica esplicitamente UniCredit come terzo potenziale offerente per MPS: "Unicredit, che venerdì scorso ha chiuso l'offerta pubblica di scambio sulla tedesca Commerzbank e ora può anche guardare all'Italia." Mediobanca Research aveva già segnalato che la logica del risiko italiano richiedeva a UniCredit "una mossa in Italia per riequilibrare il gruppo". Questa non è speculazione generica: UniCredit ha un incentivo strutturale a bilanciare il peso tedesco appena acquisito con esposizione domestica. Il punto cruciale, però, è che UniCredit non ha ancora annunciato nulla sull'Italia — e la BCE non ha ancora autorizzato il superamento del 30% in Commerzbank, iter che richiederà tre-sei mesi. La variabile è quindi aperta: UniCredit potrebbe essere un acquirente reale in Italia, o potrebbe essere un argomento negoziale che MPS usa per chiedere condizioni migliori a Intesa.

Il 16 luglio come discriminatore — la postura prima del verdetto

Il CdA di MPS si riunisce il 16 luglio per esprimere un giudizio formale sulle proposte Intesa e BPM. Non è detto che arrivi un verdetto definitivo in quella data — ma è il primo momento in cui il Monte deve parlare la lingua della finanza, non solo quella della storia senese. Chi detiene ISP oggi affronta una scelta specifica: la banca sta consumando 2,3 miliardi in buyback per difendere il rapporto di scambio, un capitale che restringe la flessibilità tattica se la partita si prolunga o se UniCredit dovesse muoversi davvero. Il rischio non è che l'offerta Intesa sia cattiva — è che sia buona ma che il processo costi più del previsto, comprimendo il rendimento del buyback per gli azionisti esistenti. Chi non detiene ISP e stava valutando l'ingresso deve invece capire se il 16 luglio orienta il CdA verso Intesa o verso una strategia difensiva BPM. Se il Monte inclina verso Intesa, il buyback produce il suo effetto e il premio si riallarga — entrata confermata. Se il Monte mostra resistenza o chiede una revisione dei termini, il titolo ISP subisce pressione e l'esborso da 2,3 miliardi si rivela un costo senza contropartita. La variabile che governa entrambi gli esiti non è il giudizio degli analisti, già espresso, né le sinergie, già calcolate: è la postura del CdA del Monte il 16 luglio, e se in quella riunione emerge un'apertura — anche implicita — verso UniCredit come alternativa.

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