Intesa Sanpaolo OPAS 30,6 miliardi su MPS|Golden power Giorgetti blocca loperazione?
L'operazione da 30,6 miliardi e il conto che ISP paga in anticipo
Intesa Sanpaolo ha lanciato l'8 giugno 2026 un'offerta pubblica di acquisto e scambio sulla totalità del capitale di Monte dei Paschi di Siena, per una valorizzazione complessiva di 30,6 miliardi di euro. Il corrispettivo prevede 1,6 azioni Intesa di nuova emissione più 1 euro in contanti per ogni azione MPS, con un premio del 12,5% rispetto alle quotazioni del 5 giugno e del 17,4% sulla media ponderata degli ultimi tre mesi. Per finanziare lo scambio, Intesa dovrà emettere circa 2,4 miliardi di nuove azioni proprie: è qui che il calcolo si complica. Chi detiene ISP oggi accetta una diluizione certa in cambio di un'acquisizione che non è ancora formalmente chiusa. L'offerta è condizionata al raggiungimento del 66,67% del capitale MPS, e il calendario preliminare colloca il deposito del documento di offerta alla fine di giugno 2026, l'assemblea degli azionisti ISP al 10 settembre, l'avvio effettivo tra settembre e dicembre. Mesi di esposizione all'incertezza, con il capitale già impegnato sulla carta. A rendere il conto più pesante, Intesa ha già siglato un accordo vincolante con Unipol per la cessione di 635 filiali MPS: una concessione preventiva all'antitrust che riduce il perimetro acquisito prima ancora che l'offerta sia partita. L'operazione si presenta come consolidamento di sistema, ma per l'azionista ISP il rischio operativo è asimmetrico: la diluizione è immediata, il beneficio è condizionato.
Il golden power di Giorgetti: il rischio che il mercato non aveva prezzato
Il 19 giugno 2026, in audizione al Senato, il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha pronunciato una parola che ha cambiato il profilo di rischio dell'OPAS: golden power. Giorgetti ha detto di non voler intervenire direttamente — "è un'offerta di mercato" — ma ha aggiunto che in astratto il governo potrebbe ricorrere a "prescrizioni" nell'ambito dei poteri speciali per la protezione degli asset strategici, se dagli approfondimenti emergessero rischi per la sicurezza economico-finanziaria. La formulazione è quella stessa logica con cui il golden power aveva già fermato la scalata di UniCredit su Banco BPM. Non si tratta di un'evocazione tecnica: è un segnale politico che apre uno scenario che il prezzo di ISP non riflette ancora. Il punto che il consenso ignora è questo: l'OPAS di Intesa porta il gruppo a detenere una partecipazione complessiva vicina al 16% di Generali, attraverso la quota già detenuta da MPS in Mediobanca. Chi controlla Generali non acquisisce solo filiali — entra negli equilibri del risparmio gestito e dell'assicurazione italiana. È precisamente questo il tipo di concentrazione che giustifica le prescrizioni golden power, al di là del dichiarato impegno di neutralità. Lo stesso Giorgetti ha confermato che il MEF detiene ancora il 4,86% di MPS e intende cederlo "alle migliori condizioni di mercato", senza calendario: l'azionista pubblico non ha fretta, e questa assenza di urgenza riduce la pressione politica verso una chiusura rapida. La frattura tra il discorso di mercato — OPAS lineare, consolidamento favorevole — e il discorso politico — golden power possibile, neutralità condizionale — è il meccanismo che nessuna nota di research bancaria ha ancora risolto.
Crédit Agricole su BPM e il checkpoint di settembre: cosa guarda l'azionista ISP
Mentre il governo soppesa le prescrizioni, Crédit Agricole — già primo azionista di Banco BPM con il 22,9% — studia secondo Bloomberg un rafforzamento fino al 29,9%, soglia già autorizzata dalla Banca Centrale Europea. La mossa è difensiva: l'OPAS di Intesa ha reso obsoleta la proposta di fusione alla pari presentata da BPM su MPS il 7 giugno, e la banca francese vuole blindare la propria posizione nella principale banca del Nord Italia prima che il risiko ridisegni gli equilibri. Se Crédit Agricole sale al 29,9% in BPM, il secondo polo bancario italiano — quello che avrebbe dovuto assorbire le 635 filiali cedute da Intesa per risolvere l'antitrust — entra nella sfera di influenza di un azionista straniero. Questo modifica il calcolo dell'antitrust: la cessione che doveva garantire concorrenza sui territori potrebbe generare una concentrazione di tipo diverso, con una banca francese rafforzata al centro del sistema. Il rischio contro-scenario non è assurdo: se le autorità di vigilanza giudicano il perimetro della cessione insufficiente o il nuovo assetto competitivo non soddisfacente, possono prescrivere condizioni ulteriori che erodono il valore che Intesa si aspetta dall'OPAS. La variabile decisiva da monitorare non è il prezzo di MPS nelle prossime settimane — quello è già un effetto, non una causa. La variabile da osservare è il documento di offerta che Intesa depositerà entro fine giugno: se include già uno scenario di riserva sulle 635 filiali in relazione a un possibile ingresso più pesante di Crédit Agricole in BPM, il management ha già prezzato il rischio e l'OPAS è strutturalmente solida. Se invece il documento ignora questo scenario, il mercato scoprirà il gap all'assemblea del 10 settembre. Per chi detiene ISP: l'indicatore da seguire è il contenuto del documento d'offerta di fine giugno, non il premio sull'azione MPS. Per chi osserva da fuori: la soglia di ingresso razionale su ISP si colloca dopo il chiarimento delle condizioni antitrust e dopo che il governo avrà escluso formalmente le prescrizioni golden power — due eventi entrambi attesi entro l'estate. Il rischio reale non è che l'OPAS fallisca: è che si chiuda a condizioni peggiori di quelle presentate l'8 giugno, lasciando l'aumento di capitale intatto e il premio ridotto.
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