Ormuz PIL Italia|Deficit che non cede
Hormuz, il vero conto
Il cessate il fuoco è stato firmato, eppure il petrolio fisico ha raggiunto i 150 dollari al barile. Questo è il paradosso che i mercati stanno cercando di decifrare in queste ore. I futures mostrano una calma relativa, ma il prezzo reale delle cargazioni — il greggio che attraversa fisicamente le petroliere — si è scollegato di oltre 60 dollari dai contratti derivati. Non è volatilità tecnica. È una frattura tra il mercato dei simboli e il mercato delle materie prime.
Lo Stretto di Hormuz, richiuso il 18 aprile dopo un breve spiraglio, rimane il collo di bottiglia più critico del pianeta. Da quella stretta passava il 20-25% del petrolio mondiale prima della guerra USA-Iran scoppiata a fine febbraio. Oggi i flussi sono crollati da 20 milioni di barili al giorno a poco più di 2 milioni. L'Agenzia Internazionale dell'Energia ha parlato apertamente della più grande interruzione di offerta nella storia del mercato globale.
Per Saipem la situazione è paradossale. Il gruppo ha chiuso il primo trimestre 2026 con un EBITDA in rialzo del 23,6% a 434 milioni di euro, confermando la guidance annuale di ricavi da 15,5 miliardi. Il CEO Alessandro Puliti ha detto che il conflitto non ha avuto impatto negativo significativo sulle performance operative. Eppure, nel medesimo comunicato, Saipem ha segnalato che una chiusura prolungata di Hormuz potrebbe colpire la supply chain di componenti critici per i progetti globali. Due messaggi opposti nello stesso documento. Il mercato ha scelto di credere al primo: il titolo ha guadagnato l'8% in una sola seduta.
Eni si trova invece in una posizione strutturalmente più complessa. La controllata norvegese Vaar Energi beneficia dei prezzi elevati del petrolio, con una produzione record di 406.000 barili equivalenti al giorno nel primo trimestre. Ma la raffineria tedesca PCK di Schwedt — in cui Eni ha una quota — rischia di perdere il 17% delle forniture a causa della possibile sospensione delle esportazioni di greggio kazako attraverso l'oleodotto Druzhba, a partire dal 1° maggio. Una crisi logistica europea che matura in silenzio mentre tutti gli occhi restano sul Medio Oriente.
Il problema dell'Europa non è solo il greggio. Sono le raffinerie. Il continente ha dismesso sistematicamente la capacità di lavorazione negli ultimi vent'anni, delegandola a Medio Oriente, Nord Africa e Russia. Ora il primo è in guerra, la seconda sotto embargo, il terzo strutturalmente instabile. I crack spread — il margine tra greggio e prodotto finito — hanno superato i picchi storici del 2022. La Commissione europea ha iniziato a discutere apertamente di piani di razionamento per benzina e diesel.
Deficit e PIL, l'angolo stretto
Nello stesso giorno in cui Hormuz domina i mercati energetici, Roma ha vissuto la sua giornata più difficile sul fronte dei conti pubblici. L'Eurostat ha confermato quello che il governo Meloni temeva da settimane: il deficit italiano nel 2025 si è fermato al 3,1% del PIL, appena sopra la soglia del 3% imposta dal Patto di Stabilità. Il debito è salito al 137,1%, in crescita di 2,4 punti percentuali. L'Italia resta in procedura di infrazione per deficit eccessivo.
Le ambizioni del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti di ottenere l'uscita dalla procedura questa primavera si sono infrante contro i numeri. La parola finale di Bruxelles arriverà il 3 giugno, ma l'esito appare già scritto. Questo non è solo un problema di immagine politica. Uscire dalla procedura avrebbe significato maggiore flessibilità sulla spesa pubblica, in un momento in cui l'Europa tutta fronteggia lo shock energetico da guerra.
Il Documento di Finanza Pubblica approvato dal Consiglio dei Ministri ha tagliato le previsioni di crescita: PIL rivisto al ribasso da +0,7% a +0,6% sia per il 2026 che per il 2027. Giorgetti ha ammesso apertamente che in uno scenario di stagflazione — con l'inflazione che sale e la crescita che si blocca — le previsioni potrebbero essere riviste ulteriormente. "Prendo atto di decisioni che stanno ben oltre il governo italiano", ha detto il ministro.
La Germania non ride. La Bundesbank ha dimezzato le stime sul PIL tedesco per il 2026 da +1% a +0,5%. Per la prima volta in anni, le previsioni di crescita italiana superano quelle tedesche. Ma è una vittoria di Pirro: entrambi i paesi affrontano un'inflazione attesa al 2,7-2,8% nel 2026, in un contesto in cui la BCE ha chiarito che non intende ammorbidire la politica monetaria per compensare la debolezza fiscale degli stati.
Lagarde ha lanciato il suo avvertimento più esplicito da Berlino: i governi che varino aiuti fiscali troppo ampi per proteggere famiglie e imprese dal caro energia rischiano di costringere la BCE ad alzare i tassi. L'esperienza del 2022 — quando le misure di sostegno generalizzate prolungarono l'inflazione fino al 2024-2025 — è il riferimento diretto. Il messaggio all'Italia è preciso: con un deficit già sopra il 3% e un debito al 137%, non c'è spazio per espansione fiscale senza conseguenze sulla sostenibilità del debito stesso.
La posta sul tavolo
I due fili che attraversano questa giornata — il petrolio fisico che si stacca dai futures e il deficit italiano che non scende sotto il 3% — convergono su un'unica variabile: la durata del blocco di Hormuz. Finché lo stretto rimane chiuso, l'inflazione energetica preme verso l'alto, la crescita europea rallenta, e il costo del debito italiano rimane sotto pressione. Se lo stretto si riapre, lo scenario si rovescia: i petroliferi correggono, ma lo spazio per la politica fiscale si allarga.
Il peso delle evidenze disponibili indica che la chiusura persisterà ancora alcune settimane. Non perché la tregua non regga, ma perché le infrastrutture alternative — l'oleodotto emiratino verso Fujairah, i gasdotti alternativi dal Qatar — richiedono tempo per essere pienamente operative. UBS ha identificato cinque titoli che potrebbero beneficiare di una normalizzazione geopolitica: Royal Caribbean, Southwest Airlines, General Motors, UPS e Procter & Gamble. Tutti hanno accumulato performance negative tra il 7% e il 15% dall'inizio del conflitto. Ma questa prospettiva richiede una condizione che oggi non esiste.
Il benchmark da osservare è uno: il numero di cargazioni petrolifere giornaliere in transito attraverso Hormuz. Prima della guerra erano 20 milioni di barili al giorno. Oggi sono 2 milioni. La soglia critica per un allentamento del prezzo fisico è intorno ai 10 milioni. Finché quel numero non sale, il divario tra futures e mercato fisico continuerà a crescere — e le raffinerie europee continueranno a girare sotto capacità.
Sul fronte italiano, la verifica arriverà il 3 giugno con il verdetto della Commissione europea. Se la procedura di infrazione viene confermata — e i numeri lo rendono probabile — il governo dovrà costruire la legge di bilancio 2027 con margini ancora più stretti, in un contesto in cui gli interessi sul debito assorbono già il 3,9% del PIL. Il leaning è che la pressione sui BTP rimanga elevata nelle prossime settimane. Lo spread a 73-75 punti base segnala che i mercati credono ancora nella sostenibilità del debito italiano. Ma quella fiducia dipende da Hormuz — e da quanto a lungo l'Italia riesce a tenere il deficit sotto controllo senza stimoli fiscali.