Petrolio a 111|Banche chiudono i rubinetti
Hormuz blocca tutto
Il petrolio costa il cinquanta percento in più rispetto a fine febbraio. Eppure le borse europee non crollano — Milano sale dell'uno virgola tre percento, guidata proprio da Eni e dalle banche. Due dati che sembrano contraddirsi. La risposta è nel meccanismo che trasforma uno shock energetico in opportunità per chi vende petrolio, e in una trappola per chi lo consuma.
Lo Stretto di Hormuz è chiuso da due mesi. Il Brent ha toccato i centoundici dollari al barile, il WTI ha superato la soglia dei cento. Confindustria ha calcolato che se il conflitto si prolunga fino a fine anno, il costo aggiuntivo per l'economia italiana potrebbe arrivare a ventuno miliardi di euro. La Cgil ha già stimato che, con un'inflazione al due virgola nove percento, ogni lavoratore con reddito imponibile di trentacinquemila euro perderebbe oltre millecinquecento euro di potere d'acquisto reale per effetto del drenaggio fiscale.
Eni avanza perché il margine sui raffinati si allarga quando il greggio sale. Le banche salgono perché il mercato scommette su tassi più alti più a lungo, e i tassi alti aumentano il margine d'interesse. Ma questa logica tiene solo finché la crescita regge. È il punto che gli investitori stanno già cominciando a rimettere in discussione.
BCE e Fed: pausa tesa
La Bank of Japan ha lasciato i tassi allo zero virgola settantacinque percento, ma tre membri su nove hanno votato per un rialzo immediato. È la divisione più marcata dall'inizio del mandato di Ueda, e il mercato la legge come un segnale preciso: giugno è il mese più probabile per la prima stretta.
La Federal Reserve ha tenuto i tassi nel corridoio tre virgola cinque — tre virgola settantacinque percento. Powell ha fatto il suo ultimo atto da presidente in carica. L'inflazione americana a marzo è già al tre virgola tre percento su base annua, con la componente energia salita del ventuno virgola due percento in un solo mese — il rialzo più forte dal millenovecentosessantasette. Warsh, il successore nominato da Trump, si prepara a ereditare una Fed con pochissimo spazio di manovra.
La BCE si riunisce giovedì trenta aprile. Il consenso tra gli analisti è su una pausa, con il primo rialzo atteso a giugno. Il segnale che ha irrigidito le attese è arrivato lunedì: le aziende dell'Eurozona prevedono prezzi di vendita in aumento del tre virgola cinque percento nei prossimi dodici mesi, con costi degli input che balzeranno del cinque virgola otto percento. Uno spread tra costi e prezzi così ampio si trasmette all'inflazione generale con un ritardo di tre-sei mesi.
Tre banche centrali, tre decisioni nella stessa settimana. Tutte e tre con lo stesso dilemma: alzare i tassi rafforza la lotta all'inflazione ma affossa la crescita già debole. Aspettare protegge il ciclo ma rischia di lasciar sedimentare le aspettative inflazionistiche. Il mercato dell'oro lo riflette: il metallo è sceso oltre il sedici percento dai massimi del 2026, perché i rendimenti reali stanno salendo e l'oro non paga cedola.
Credito stringe, Italia rallenta
Nel primo trimestre del 2026 le banche dell'Eurozona hanno irrigidito gli standard creditizi al ritmo più forte dal terzo trimestre del 2023. Il dato netto per i prestiti alle imprese è stato del dieci percento, superiore alle attese e alla media storica. Il credito al consumo ha subito la stretta più marcata, con il quindici percento delle banche che ha ristretto i criteri di accesso.
In Italia il segnale più allarmante viene dalla domanda: le imprese stanno adottando un atteggiamento attendista sugli investimenti, e le famiglie riducono le richieste di finanziamento per beni durevoli. Bankitalia segnala che l'incertezza geopolitica e il rincaro energetico stiano già comprimendo i piani di investimento per il secondo e terzo trimestre.
Il fondo sovrano norvegese — il più grande al mondo — ha registrato una perdita di sessantotto miliardi di dollari nel solo primo trimestre del 2026. Oslo produce petrolio e le esportazioni sono salite del sessantotto percento a marzo. Eppure le perdite azionarie e il rafforzamento della corona hanno più che azzerato i guadagni. Il meccanismo vale al contrario per l'Europa importatrice: i miliardi che escono dalle bollette non tornano nei portafogli.
Il punto di svolta è la durata del conflitto. Se Hormuz si riapre entro giugno, Confindustria stima un impatto di circa sette miliardi — doloroso, ma assorbibile. Se il blocco dura fino a fine anno, si entra nel territorio della crisi energetica strutturale, con effetti sistemici sull'inflazione, sui tassi e sulla capacità di rimborso dei debiti privati. Lo spread BTP-Bund è già a ottantadue punti base, con la Corte dei Conti e l'Ufficio parlamentare di bilancio scettici sulle proiezioni di riduzione del debito. Un rialzo BCE a giugno spingerebbe ulteriormente i rendimenti sui titoli di Stato lunghi. Il dato da monitorare giovedì è il tono di Lagarde: un segnale esplicitamente restrittivo cambierebbe l'equilibrio attuale di Piazza Affari, dove le banche salgono proprio perché il mercato sconta tassi più alti, ma non ancora abbastanza da innescare una stretta del credito sistemica.