UniCredit Record Crisi Hormuz|Il costo nascosto per le famiglie

· FTSE MIB

UniCredit da record

Piazza Affari ha chiuso in rialzo del 2,3% il 5 maggio, ma la vera storia non era nel listino. Era nel numero che UniCredit ha pubblicato in mattinata: 3,2 miliardi di euro di utile netto nel primo trimestre, in crescita del 16% su base annua, il miglior trimestre della sua storia. Nel frattempo, a pochi chilometri dallo Stretto di Hormuz, il prezzo del gas saliva al 51% rispetto a febbraio. Una banca italiana batte ogni record mentre l'Europa brucia più energia di quella che riesce a pagare.

Il motore degli utili di Orcel non è una scommessa sul ciclo economico. È una macchina costruita per funzionare su qualsiasi ciclo. Il RoTE al 26%, il rapporto costi-ricavi al 33% e il CET1 al 14,2% non sono dati isolati: sono la dimostrazione che UniCredit genera capitale più velocemente di quanto lo consumi, anche con i tassi in compressione. Le commissioni e il ramo assicurativo sono cresciuti dell'8% su base annua, compensando la pressione sul margine di interesse. Il gruppo ha alzato la guidance annuale a 11 miliardi di euro di utile netto.

Ma Orcel non si ferma ai conti. Mentre il mercato digeriva i risultati, UniCredit comunicava di avere portato la propria esposizione su Commerzbank al 35,5%, aprendo formalmente l'OPS sulla seconda banca tedesca. Il periodo di adesione si chiude il 16 giugno. Nel risiko bancario italiano, invece, Orcel ha lasciato aperta una porta: la struttura del settore presenta elementi di dispersione che renderebbero opportuno un consolidamento. Il banco è su MPS-Banco BPM, con tre scenari possibili già identificati dagli analisti di Deutsche Bank. La condizione che Orcel ha posto è semplice: l'operazione deve superare il costo del capitale proprio di un certo margine. Se i tassi restano alti e i margini tengono, quella soglia potrebbe essere raggiunta già entro l'anno.

Gas, Hormuz e famiglie

Quello stesso contesto che ha premiato UniCredit sta presentando il conto alle famiglie italiane attraverso un canale che i mercati tendono a prezzare in ritardo. Il gas sulla piazza TTF si attesta a 48 euro per megawattora, in rialzo del 51% rispetto al 27 febbraio, giorno d'inizio del conflitto in Iran. Il petrolio è a 114 dollari al barile, il 57% sopra i livelli pre-conflitto.

La trasmissione verso i consumi interni è già in corso. Il Codacons stima una maggiore spesa annua di circa 926 euro per famiglia media italiana, calcolata su dati Istat di aprile. I combustibili liquidi hanno registrato un'impennata media del 38,4% in due mesi. Il gas domestico costa il 13% in più rispetto a febbraio. Il meccanismo è diretto: il blocco logistico dello Stretto di Hormuz impedisce al GNL del Qatar di raggiungere i mercati europei, mentre gli Stati Uniti — primo fornitore dell'UE con il 58% delle importazioni — operano già ai limiti della capacità di liquefazione. Il gas esiste, ma non può arrivare dove serve.

Il FMI quantifica il rischio in modo netto. Nello scenario base, la perdita media per una famiglia italiana è di 450 euro nel 2026. Nello scenario grave — quello che si avvicina alla recessione nell'Eurozona — il conto sale a 2.270 euro. I rendimenti dei BTP sono già al 3,92%, con lo spread Btp-Bund a 85 punti base. Il Fondo avverte che un ulteriore aumento degli spread potrebbe ripercuotersi sulla qualità del credito nel settore privato. La soglia da osservare è lo spread a 100 punti base: se venisse superata, il rischio non resterebbe più confinato ai bilanci delle famiglie.

Prysmian e l'AI da 5 miliardi

C'è un terzo filo che collega la crisi energetica ai movimenti di Piazza Affari, ed è meno ovvio degli altri. Prysmian ha chiuso la seduta del 5 maggio con un guadagno superiore al 10%, dopo che l'AD Massimo Battaini ha dichiarato a Bloomberg TV che il gruppo sta per finalizzare accordi a lungo termine con hyperscaler — i grandi operatori di data center globali — per espandere la produzione di cavi in fibra ottica del 40-50% nei prossimi due anni. L'investimento supererà 1,2 miliardi di dollari nei prossimi tre anni, con un flusso di ricavi previsto di circa 5 miliardi di dollari.

Il collegamento con la crisi energetica non è casuale. La domanda di infrastrutture digitali cresce con l'AI, e i cavi sono la spina dorsale fisica di quella crescita. Nel momento in cui i costi energetici salgono, le utility e gli hyperscaler accelerano gli investimenti in efficienza e capacità trasmissiva. Prysmian si trova esattamente in quel punto di convergenza. Battaini ha aggiunto che il gruppo valuterà un'acquisizione di circa 4 miliardi di euro, di dimensioni simili a Encore Wire del 2024, con annunci attesi nei prossimi 12 mesi.

Mediobanca ha alzato il target price a 135 euro. La guidance 2026 prevede un EBITDA rettificato tra 2,63 e 2,78 miliardi, ma Battaini ha indicato che gli accordi con gli hyperscaler potrebbero portare il gruppo a superarla. L'impatto maggiore si materializzerà nel 2027-2028. Il segnale da monitorare nei prossimi giorni è semplice: se gli accordi con gli hyperscaler vengono ufficializzati, Prysmian diventa un indicatore anticipatore della spesa globale in AI infrastrutturale. Se invece il processo di M&A da 4 miliardi si concretizza entro la fine dell'anno, il profilo di rischio cambia — e la tenuta dei margini a quel punto dipenderà dall'integrazione, non dalla domanda.

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